Il 16 febbraio scorso nella cittadina di Kherrata, circa 250 km a est di Algeri, è stato festeggiato il primo anniversario della manifestazione popolare che ha portato poi a una mobilitazione più grande, il 22 febbraio 2019, in tutte le città del paese: l’inizio della protesta del Hirak algerino. Un anno di lotta paziente, decisa e nonviolenta. Molti i risultati, ma la strada resta lunga.
Il 22 febbraio quindi è l’anniversario della rivolta nonviolenta algerina. E oggi 21 febbraio è il cinquantatreesimo venerdì di mobilitazione popolare. Un anno intero! Un anno in cui ogni venerdì e ogni martedì, senza sosta, la gente è uscita per le strade: uomini, donne, vecchi e giovani… Per chiedere una “Algeria libera e democratica”, per “uno Stato civile e non militare” e per la “partenza di tutti”. Dove “tutti” vuol dire che se ne deve andare l’apparato di Stato, generato da sessant’anni anni di dominio dei militari e delle organizzazioni politiche a loro leali.
Comincia tutto come una protesta contro l’annuncio della candidatura del vecchio presidente Abdelaziz Bouteflika per un quinto mandato consecutivo. Il presidente, ormai malato e in stato vegetativo, ha regnato per vent’anni, cambiando persino due volte la Costituzione algerina che prevedeva solo due mandati consecutivi, per permettersi prima un terzo e poi un quarto mandato. Il vecchio politico algerino, caduto in disgrazia alla fine degli anni Settanta, era rientrato nel 1999 dal suo esilio dorato negli Emirati Arabi, dove era scappato con la cassa del ministero degli esteri, appoggiato dalla “comunità internazionale” per gestire la fine della guerra civile che aveva stremato il paese negli anni Novanta, e soprattutto la spartizione dell’abbondante torta di petrolio e gas con le multinazionali. Venti anni in cui ha accumulato tutti i poteri nelle sue mani, circondato da un clan di parenti, amici, complici, soci in affari… sporchi, che hanno saccheggiato l’Algeria.
I prezzi alti degli idrocarburi durante il primo decennio del Duemila hanno portato nelle casse pubbliche montagne di soldi facili che hanno generato un mercato dopato: innalzamento dei consumi, commesse miliardarie per infrastrutture, case, strade, ferrovie, ponti, aeroporti. Il paese è un cantiere: un cantiere di appalti truccati, lavori strapagati e spesso mal eseguiti. Nonostante lo spreco e la corruzione fossero alla luce del sole e conosciute da tutti, nei suoi primi mandati il presidente Bouteflika ha goduto di grande popolarità. La manna petroliera serviva anche a comprare la pace sociale e a comprare o zittire ogni forma di opposizione.
LE CAUSE DELLA PROTESTA
La misura colma che ha portato all’inizio delle proteste nel 2019 è dovuta a un insieme di cose. Il primo elemento è il fatto che quel presidente forte, carismatico che ha saputo mettere in secondo piano i generali concentrando nelle sue mani tanto potere, si è ammalato all’inizio del suo terzo mandato. Una serie di ictus l’hanno progressivamente ridotto a uno stato di totale indigenza.
Dal 2013, quella figura – che era onnipresente sui media e che girava il paese come una trottola in cerca di consensi – è scomparsa. A decidere e a parlare in suo nome sono subentrati personaggi della cerchia familiare. Il suo clan, incapace di proporre un’altra figura così forte e carismatica, lo ha imposto, pur malato, per un quarto mandato. Ma coscienti dell’avvicinarsi della loro fine, hanno impiegato il quarto mandato a depredare il paese, arraffando tutto nel loro passaggio.
Il secondo elemento che ha portato al malcontento generale è la diminuzione delle entrate generate dalla vendita di petrolio e gas. I giacimenti eccessivamente sfruttati cominciano a produrre di meno e nel contempo i prezzi sul mercato, per effetto della crisi globale del 2008, cominciano a scendere.
Le entrate diminuiscono ma il ritmo degli sprechi continua. In pochi anni il fondo sovrano di circa duecento miliardi di dollari accumulati durante gli anni di vacche grasse si è sciolto come neve al sole. Per compensare le perdite, come si fa ovunque ormai, invece di ridurre le spese inutili – infrastrutture faraoniche, costi del governo, spese militari, malversazioni, corruzione, ecc. – si va a tagliare le spese del sociale, sanità, scuole… Lo Stato provvidenza non lo è più e la popolarità scende.
Il terzo elemento è l’emergere di una nuova generazione che non ha vissuto la guerra civile. Una delle basi della popolarità di Bouteflika è dovuta al fatto che è stato presentato all’opinione pubblica come colui che ha finalizzato gli accordi di pace tra l’esercito e i Gruppi Islamici Armati (Gia). Per anni le popolazioni delle zone che hanno conosciuto gli orrori della guerra senza nome negli anni Novanta hanno sentito una specie di debito nei confronti di Bouteflika: aveva portato la pace e la prosperità.
I giovani che oggi hanno venti anni sono nati all’inizio degli anni Duemila, quindi alla fine della guerra, e non subiscono la paura di un ritorno a una situazione che non hanno conosciuto. E della “prosperità” di Bouteflika stanno oggi vedendo solo gli effetti distruttivi: casse statali vuote; sanità, università, scuola disastrate; formazione di una classe dirigente di ladri, oligarchi e pluri-miliardari… Tutti questi elementi messi insieme hanno portato a un malcontento generalizzato, che girava sui social network, nei caffè, negli stadi. Tutti – compresi molti ambienti interni al regime algerino – vedevano la possibilità di un quinto mandato del “presidente mummia” come un vero e proprio disastro.
La prima scintilla partì il 16 febbraio 2019 sotto forma di un corteo popolare per le strade della piccola località di Kherrata, in mezzo alle montagne, 300 km a est di Algeri. Una località molto conosciuta nonostante le sue modeste dimensioni. Kherrata, con Guelma e Sétif, era il luogo delle manifestazioni per l’indipendenza nel 1945 che portarono a uno dei maggiori massacri compiuti dal colonialismo francese: decine di migliaia di morti, tra i venti e i quarantamila secondo le varie stime. Quei massacri, compiuti dall’esercito francese e da milizie di coloni, furono il punto di svolta tra le popolazioni indigene algerine e il colonialismo francese: svolta che portò, nove anni dopo, all’inizio della guerra di liberazione.
Ancora una volta la cittadina di Kherrata si trova a essere all’inizio di una rivolta nazionale. Questa volta non contro un nemico straniero ma contro un sistema di governo descritto come ladro, violento, bugiardo e incompetente.
Subito dopo quella marcia partono appelli di vari gruppi e persone sui social media per una grande mobilitazione nazionale contro il quinto mandato. La mobilitazione del 22 ha luogo in varie città del paese. Ma è timida. I numeri sono piccoli e la parola d’ordine è solo: “No al quinto mandato”. Ma tutto si svolge nella calma e con buon umore. La polizia non carica e i manifestanti sono del tutto pacifici. La mobilitazione viene anche coperta da alcuni media privati, proprietà di persone vicine alle alte sfere. Si capisce che anche da dentro il regime si vuole accompagnare il vecchio presidente verso la porta.
Il venerdì seguente le manifestazioni cambiano aspetto. L’assenza di repressione e la copertura mediatica portano in strada molta più gente: uomini e donne, famiglie intere. I cortei diventano molto più imponenti, colorati, gioiosi: belli!
L’ANNO CHE HA SCONVOLTO L’ALGERIA
La cosa dura da un anno. Ogni venerdì esce la popolazione, prima a migliaia, poi a centinaia di migliaia, qualche volta a milioni. I martedì escono gli studenti di tutti gli atenei, spesso accompagnati da molti altri cittadini. Il regime accoglie prima con uno sguardo compiacente queste manifestazioni. Sono per loro una ragione valida per sbarazzarsi del vecchio presidente e il suo stretto giro, diventati imbarazzanti un po’ per tutti. Ma poco a poco le rivendicazioni del Hirak diventano più radicali e arriva la repressione.
Di risultati ce ne sono stati parecchi. Bouteflika (o chi per lui) ha annunciato di non presentarsi alle prossime elezioni, poi ha presentato le dimissioni, prima dell’elezione. La magistratura ha aperto processi per corruzione, frodi e abusi vari e ha fatto arrestare il fratello del presidente, Said Bouteflika, vari oligarchi corrotti del loro giro, i responsabili dei servizi segreti e vari ministri, parlamentari e responsabili del regime.
Una vera e propria operazione “mani pulite” all’algerina. Ma solo a metà – dice la strada – perché quando un clan della mafia se la prende con un altro non si chiama giustizia ma regolamento di conti. La giustizia è ancora “quella del telefono”, dicono, cioè che arresta e libera su chiamata di chi ha il potere civile o militare.
“Dobbiamo toglierli tutti!”, è diventata la nuova parola d’ordine condivisa dal Hirak, dopo la caduta di Bouteflika. Dopo le dimissioni del presidente, al potere (almeno in apparenza) è rimasto un uomo solo: il generale-maggiore Ahmed Gaid Salah, capo dello stato maggiore e vice-ministro della difesa. Procedendo con un colpo alla botte e uno al cerchio, ha continuato a lanciare messaggi favorevoli alla rivoluzione del popolo, promettendo di proteggere i manifestanti pacifici e nello stesso tempo a reprimere in modo mirato cercando di dividere i manifestanti per appartenenza linguistica e culturale o tra laici e islamisti, arrestando alcune figure ritenute più attive e più carismatiche.
Come piano di uscita dalla crisi ha proposto la rielezione a breve di un nuovo presidente della repubblica, che avrebbe poi lavorato alla riscrittura della Costituzione e all’adozione di riforme che sarebbero andate nella direzione delle rivendicazioni del popolo. Il Hirak da parte sua ha rimandato al mittente le proposte del generale. Non basta un nuovo presidente eletto con le solite elezioni truccate. Ci vuole una Costituente, incaricata di scrivere una nuova Costituzione, nominare un governo di transizione e organizzare poi – secondo la nuova Costituzione – elezioni vere, trasparenti e libere.
A livello internazionale, la protesta algerina è del tutto ignorata. Gli stessi network arabi che negli anni delle cosiddette Primavere facevano dirette h24 da Tunisi, Cairo, Bengasi e Aleppo, oggi a malapena ne parlano nei telegiornali. Tutti fanno finta di niente, guardano dall’altra parte. O ancora peggio ne approfittano per mettere il regime alle strette e pretendere più concessioni per le multinazionali in cambio del silenzio.
Una delle prove di questa strategia adottata dalle potenze straniere è l’adozione in fretta e furia, in piena fase di transizione, da un parlamento quasi dimezzato e che nessuno riconosce più, della nuova legge sugli idrocarburi che rompe la regola della soglia massima del quarantanove per cento di partecipazione per le multinazionali nello sfruttamento dei giacimenti. Fino a quest’anno le multinazionali in Algeria dovevano lavorare sempre in partenariato con la Sonatrach, la società pubblica nazionale. E la Sonatrach doveva sempre avere almeno il cinquantuno per cento delle quote societarie. Con la nuova legge, le multinazionali straniere possono sfruttare i giacimenti anche al cento per cento. È l’annullamento definitivo della nazionalizzazione delle risorse, decisa nel 1971.
Altro problema della nuova legge è che apre anche alla possibilità di sfruttare le risorse di gas non convenzionali, dette comunemente “gas di scisto”, con l’uso della discussissima tecnica della fratturazione idraulica o fracking. L’introduzione di questa attività, richiesta a gran voce dalle multinazionali, Total in primis, è stata finora bloccata dalle proteste popolari degli abitanti del sud, preoccupati dall’alto rischio di inquinamento della falda acquifera fossile, un vero mare sotterraneo che si trova tra le zone meridionali di Algeria, Tunisia e Libia, e che è rimasta quasi come unica fonte di vita di quelle aree povere in acque di superficie.
Come altro effetto perverso delle pressioni internazionali sul regime algerino, si può citare l’affaire appena scoppiato della raffineria di Augusta. Questa vecchia installazione, proprietà della Exxon, che si trova in Sicilia, ad Augusta, doveva chiudere e rischiava di lasciare a casa centinaia di lavoratori, mettendo in crisi la città siciliana. Invece quella raffineria vecchia, arrugginita, fuori norma e non adatta a trattare il petrolio algerino è stata acquistata in una trattativa segreta dalla compagnia algerina di petrolio Sonatrach per la bellezza di 725 milioni di dollari.
L’intento dichiarato sarebbe far uscire l’Algeria dalla dipendenza dalla benzina di importazione. Il risultato è un impianto vecchio pagato come uno nuovo, che ha bisogno di altri investimenti per essere messo a norma e, colmo dei colmi, l’Algeria – che produce una delle qualità migliori di greggio al mondo – avrebbe bisogno di importare petrolio “pesante” dai paesi del Golfo per farlo funzionare.
La verità è che la trattativa è stata fatta alla fine del 2018, quindi nel momento di massima fragilità del clan Bouteflika e l’ex amministratore delegato della Sonatrach Abdelmoumen Ould Kaddour, già immischiato in altri affari loschi, con questo regalo alla Exxon si è guadagnato un biglietto per andare a godere dell’impunità negli Stati Uniti, in compagnia dell’ex-ministro dell’energia Chakib Khellil, anche lui indagato in vari affari gravi, tra i quali quello di Sonatrach-ENI-Saipem, e che vive tranquillo, protetto dai suoi amici petrolieri texani.
Tutto questo è un luminoso esempio dell’aiuto portato dai leader del “mondo libero”, sempre pronti a bombardare per le buone cause, ai popoli in lotta che vogliono però decidere da soli del proprio destino.
DUE STRADE PARALLELE
Per tornare alla lotta politica, ancora oggi le due proposte di uscita dalla crisi, quella del Hirak e quella del regime, continuano il loro cammino in parallelo. I militari si accaniscono a mettere in atto la loro proposta. Hanno indetto le elezioni per il 12 dicembre scorso. Non essendosi presentato nessun candidato serio, hanno messo cinque fantocci e mantenuto l’appuntamento elettorale nonostante la massiccia mobilitazione per il loro boicottaggio.
Il 12 dicembre i seggi erano vuoti e in molti comuni non sono stati proprio aperti. Centinaia di sindaci hanno rifiutato di organizzare il voto. Invece l’esercito ha mobilitato giovani di leva vestiti in civile, per dare un’illusione di affluenza in alcuni seggi più visibili. Oltre ai militari, hanno costretto al voto tutti i funzionari della polizia e delle amministrazioni pubbliche.
In alcuni luoghi le vecchie reti di manipolazione hanno funzionato come da sempre, con centinaia di persone pagate per fare le comparse, in una messa in scena patetica di una gara di cui tutti sapevano il risultato in anticipo.
Il risultato è una consulta elettorale nella quale il numero di votanti dichiarato sarebbe di oltre il trentanove per cento ma in cui in verità ha partecipato un numero stimato intorno all’otto-nove per cento degli aventi diritto, secondo fonti ben informate. Un presidente “eletto” secondo le vecchie modalità delle elezioni preconfezionate ma che la popolazione non riconosce.
Oggi, un anno dopo le prime manifestazioni del 2019, la mobilitazione resta alta pur mostrando segni di stanchezza qui e là. Del resto un anno intero è un tempo lunghissimo e molti movimenti muoiono dopo le prime settimane o cadono nell’impazienza e nella trappola della violenza. Il fatto che il Hirak algerino è arrivato a questo traguardo tenendo la sua unità, le sue parole d’ordine, il suo carattere combattivo ma non violento, è già una grande vittoria. Altra vittoria sono le migliaia di cittadini che si sono svegliati dalla loro apatia e che parlano e praticano politica, tutti i giorni, sulla piazza pubblica, per le strade, nei caffè… Ovunque.
Le ultime mobilitazioni di queste dimensioni in Algeria risalgono a trent’anni fa. Ma era tutt’altra canzone. Allora centinaia di migliaia di militanti islamisti bloccavano le strade e gridavano “Dawla Islamiya”, Stato Islamico. Portare milioni di algerini in piazza, con le loro differenze di generazione, di genere, di culture e di lingue, a gridare tutti all’unisono: “Algeria libera democratica”… Ebbene, questa già è una bella realizzazione. Ma la strada verso quella Algeria libera e democratica che tanti vogliamo resta ancora lunga. Molto lunga. Ma di questo, credo che anche la gente del Hirak sia molto cosciente. (karim metref)
Leave a Reply